Un po’ di zucchero e il pil va giù

“Il dato sul pil del primo trimestre ha sorpreso negativamente e inciderà pesantemente sul risultato di crescita conseguibile in media annua nel 2014”. Il messaggio un po’ allarmante – contenuto nella nota congiunturale riservata che ogni settimana arriva ai vertici del ministero dell’Economia e dell’esecutivo – era firmato anche domenica scorsa da Lorenzo Codogno e Ottavio Ricchi, rispettivamente capo e dirigente della direzione Analisi economico-finanziaria del dicastero di Via XX Settembre.
20 MAG 14
Ultimo aggiornamento: 15:49 | 11 AGO 20
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“Il dato sul pil del primo trimestre ha sorpreso negativamente e inciderà pesantemente sul risultato di crescita conseguibile in media annua nel 2014”. Il messaggio un po’ allarmante – contenuto nella nota congiunturale riservata che ogni settimana arriva ai vertici del ministero dell’Economia e dell’esecutivo – era firmato anche domenica scorsa da Lorenzo Codogno e Ottavio Ricchi, rispettivamente capo e dirigente della direzione Analisi economico-finanziaria del dicastero di Via XX Settembre. Una nota recapitata nella stessa domenica in cui, in prima pagina sul Messaggero, il responsabile dell’Economia, Pier Carlo Padoan, utilizzava invece toni ben diversi per descrivere l’inattesa battuta d’arresto del pil italiano nel primo trimestre dell’anno. Dovremo forse rivedere le previsioni di un tasso di crescita dello 0,8 per cento nel 2014 e mettere in conto una nuova manovra finanziaria per tenere in ordine i conti pubblici? “Ma no, un rallentamento dello 0,1 per cento non cambia il quadro generale”, ha risposto Padoan. Che nella stessa intervista è però tornato a mettere in guardia da un altro fronte: la riduzione dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi non durerà per sempre, anzi potrebbe interrompersi non appena la Fed statunitense avrà completato il suo ritorno a una politica monetaria normale: “Con tassi più elevati negli Stati Uniti, l’enorme massa di liquidità oggi in circolazione verrà probabilmente meno, generando maggiori difficoltà nel collocamento dei titoli europei”. Toni a loro volta ben diversi da quelli che al tema “spread” ha riservato Matteo Renzi: “Lei prenda il giorno in cui ho ricevuto l’incarico, il 14 febbraio – ha detto la scorsa settimana il presidente del Consiglio a Giovanni Floris che lo intervistava – E poi prenda i mercati oggi: lo spread è passato da 210 e 150”. Come dire che la riduzione del “rischio percepito” dagli investitori internazionali è tutto merito del nuovo corso impresso dal Rottamatore. Così, dal pessimismo quasi cosmico dei tecnici del Tesoro fino all’ottimismo inscalfibile del premier in campagna elettorale (“So che porta male dirlo, ma sono molto ottimista”, ha detto ieri dopo aver rilevato pure “segnali di ripresa” sul fronte dell’occupazione), nello stesso esecutivo diventano variegate le interpretazioni sull’attuale congiuntura economica. Nel mezzo c’è il realismo di Padoan, premiato ieri – si fa per dire – da una nuova lieve impennata dello spread tra Btp e Bund che ha sfiorato i 185 punti (dai 172 di venerdì scorso). Nel complesso, comunque, il governo mostra almeno in pubblico di non patire troppo la frenata del primo trimestre, e non soltanto perché il periodo gennaio-marzo è ancora in capo al precedente governo Letta. Chi semina troppi dubbi, oltre a meritarsi il solito appellativo di “gufo”, rischia più seriamente di compromettere i risultati futuri dell’azione di governo, sottolineano a Palazzo Chigi.
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Non è un mistero che il fattore “psicologico” conti molto per il successo della riduzione dell’Irpef sui redditi più bassi e per il dispiegarsi del suo effetto-stimolo sui consumi. Perciò a Palazzo Chigi nessuno brinda per le asettiche riflessioni di Codogno. L’economista del Tesoro, oltre a far notare che le stime di crescita del Documento di economia e finanza sono le più ottimistiche in circolazione (0,8 per cento nel 2014 contro lo 0,6 medio degli altri previsori), avverte: “Le stime di Consensus economics non incorporano ancora il dato negativo del 1° trimestre”. Dunque la distanza tra attese governative e quelle esterne potrà ampliarsi. Né a Palazzo Chigi sono stati felici dell’indiscrezione rilanciata dal Corriere della Sera, secondo cui la Ragioneria di stato – con una circolare – avrebbe invitato i ministeri ad anticipare l’elaborazione dei dati relativi alle loro spese, così da poter predisporre prima del solito la Legge di stabilità con la quale andranno trovate per esempio le coperture per rendere stabili gli sgravi di Irpef e Irap. A tecnici e burocrati si potrà imputare di essere nient’altro che “gufi”, ma nel frattempo anche tra gli osservatori esterni s’ode qualche autorevole stecca rispetto al coro che aveva accolto favorevolmente il cambio di velocità riformatrice annunciato da Renzi. Ieri, sulla prima pagina del Corriere della Sera, Albero Alesina e Francesco Giavazzi hanno bacchettato il governo con un editoriale intitolato: “Non si cresce di sole promesse”. I due sottolineano come “il ministro dell’Economia Padoan abbia ragione” nel sostenere che la calma dei mercati finanziari rispetto al nostro debito pubblico non dipende da fattori interni, quanto dall’afflusso di capitali dai paesi emergenti. Segue lista di appunti a Renzi: sulla cassa integrazione, sistema inefficiente cui l’esecutivo non mette mano; sul mercato del lavoro, con la contraddizione tra la liberalizzazione di oggi dei contratti a tempo e la promessa per domani di un contratto unico a tempo indeterminato; sui tagli di spesa, da “fare davvero”.
Infine non è chiaro, secondo A&G, “cosa il governo intenda chiedere all’Europa”. Non è detto però, secondo Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, che i rapporti tra Roma e Bruxelles – alla vigilia delle raccomandazioni della Commissione Ue d’inizio giugno – si facciano subito burrascosi: “Se il calo del pil è dovuto a una congiuntura esterna negativa, il deficit strutturale da raggiungere, cioè al netto del ciclo, può rimanere quello stimato dal governo. In quel caso non è dovuta né auspicabile un’altra stretta sui conti”. De Nardis, pur sposando “la prudenza dei tecnici del Tesoro” sul pil in ribasso, dice che “il rallentamento è europeo e perciò, considerati i dati sui prezzi in calo, un intervento espansivo della Banca centrale europea diventa indifferibile”.